Stop all’aranciata senza arancia: la percentuale di succo sale al 20%

orangejuice

D’estate è sempre un ottima ideale una salutare spremuta d’arancia fatta in casa, ricca di vitamina C.

Ciononostante i consumatori, per praticità, scelgono sempre più aranciate industriali dove l’arancia è, spesso, presente solo in etichetta; vere e proprie bombe di zuccheri, gas, coloranti e conservanti, talvolta preferite al posto dell’acqua e abusate specialmente da adolescenti e bambini.

Ma quante arance ci sono nell’aranciata? Fino a pochi giorni fa, per legge, la presenza di questo agrume non doveva essere inferiore al 12%, una percentuale quasi irrisoria se ci pensiamo. Ma un piccolo passo in avanti da parte dell’UE c’è stato nei giorni scorsi:  dal 6 marzo 2018 il contenuto di succo di arancia si innalzerà al 20% per ogni 100 cc di prodotto, almeno per le bevande italiane commercializzate in Italia.

Oltre all’impatto positivo sulla salute dei consumatori, l’aumento della percentuale di arancia dovrebbe generare un impatto economico positivo sulle imprese agricole, soprattutto in Sicilia e Calabria: quell’8% in più di vero succo d’arancia nelle bibite corrisponde a un maggior utilizzo di frutta per 200 milioni di chili. Di conseguenza, potrebbero essere salvati oltre 10 mila ettari di agrumeti italiani.

Infine, il prossimo passo sarà quello di rendere obbligatoria l’indicazione di origine in etichetta della frutta utilizzata nelle bevande per una maggior trasparenza e per impedire di spacciare come “Made in Italy” succhi concentrati importati da Paesi lontani.

 

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