Formazione specialistica e pratica per combattere le difficoltà occupazionali

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Parlando con manager di medie e grandi aziende, oppure leggendo le loro interviste in tema di inserimento di giovani laureati e di formazione, è una costante il riferimento al gap, allo scostamento, tra le necessità del mondo del lavoro e le competenze dei giovani laureati e diplomati; si tratta di un peso sulla produzione e produttività del nostro sistema industriale e sul futuro dei giovani.

Le professionalità ricercate si trovano con difficoltà ed è poi necessario per le aziende comunque intervenire e formare direttamente.

La realtà è che in un momento in cui il lavoro non è più “facilmente trovabile”, il valore delle professionalità aumenta ancora di più.

Il gap consiste soprattutto nella conoscenza più teorica che pratica che hanno i giovani quando terminano i loro studi. Manca loro la capacità di poter trasferire la conoscenza tecnica dal libro ai fatti e alle volte manca perfino la teoria poiché spesso sono insufficienti o imbalsamate anche le basi teoriche. Le conoscenze tecniche impartite dal sistema scolastico non sono allineate con quello che si fa in un’azienda e spesso manca il collegamento con le evoluzioni tecnologiche, peraltro sempre più rapide in quasi tutti i settori.

Una possibile risposta è rappresentata dallo strumento dello “stage” quando usato in modo fisiologico, per imparare un mestiere, e non quando scade nella patologia e nella distorsione come spesso capita di leggere nella cronaca, usato come lavoro a costo zero.

Altra risposta è una formazione in cui anche la parte teorica, diciamo di aula, viene fatta in sintonia con le competenze richieste dalle imprese che partecipano ai corsi  attraverso i loro manager e tecnici che fanno vere e proprie lezioni ai partecipanti condividendo le loro esperienze sul campo, esponendo problemi e casi concreti e relative soluzioni individuate.

È importante che nella scuola si coniughi la teoria e la pratica. Come è possibile che la maggioranza dei ragazzi che escono dalle nostre facoltà non abbiano mai messo piede all’interno di un’azienda, che non abbiano mai visto un processo produttivo e che non abbiano mai visto dal vero macchinari e tecnologie di cui hanno letto sui libri. Quanti Tecnologi Alimentari hanno visto funzionare un pastorizzatore industriale?

Dobbiamo uscire dall’attuale concezione della formazione accademica e far entrare più azienda nei processi formativi non solo con gli stage, che arrivano dopo a cose fatte, ma anche con la partecipazione all’insegnamento teorico, con la partecipazione ai programmi

Una collaborazione di questo tipo messa a sistema rappresenterebbe una svolta.

Per essere competitivi e svilupparsi professionalmente è necessario specializzare le proprie conoscenze avendo individuato i propri obiettivi. Dopo un’attenta analisi del settore di interesse bisogna individuare le competenze richieste e capire se ne siamo già in possesso oppure se è necessario un ulteriore momento di formazione postlaurea che fornisca gli skills professionali richiesti e che possegga i caratteri di cui sopra: didattica di tipo pratico, coinvolgimento delle aziende operanti nel settore, stage della durata minima di almeno 3 mesi.

Leggi  i commenti e le esperienze di stage de “i Master Aziendali“, clicca qui

di Lorenzo Bellofatto

Sales Senior Account of Training Services

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1 commento

  • Profondamente vero (purtroppo).
    Abbiamo meno laureati rispetto agli altri paesi (avanzati) e li trattiamo anche male, inducendo pericolosamente quel sospetto, nei giovani e nei loro genitori sempre più in affanno per i tempi di crisi, che scegliere l’università non serva a niente, perché oltre a non trovare lavoro, non si fa nemmeno pratica della propria materia. (Personalmente ne conosco parecchi che non credono al valore della formazione). E questo, a mio parere, non è un bel sintomo.
    La formazione più utile permette ad ogni individuo di acquisire nel tempo spirito critico e buonsenso per potersi dare delle scelte nella vita, per essere liberi e apportare benifici agli altri confrontando e condividendo le proprie competenze.
    La piaga di questo Paese che il governo deve sanare non è, quindi, limitata solo al sistema lavoro (contratti – pressione fiscale sul lavoro – introduzione dei giovani laureati), se poi si taglia prima sulla formazione, sulla ricerca e sulla cultura (oltre che su altre cose importanti, come la sicurezza).
    Poi non deve meravigliare se i giovani più lungimiranti approfittano delle iniziative europee ed estere per costruirsi il proprio futuro fuori da un sistema malato e alla deriva.

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